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30 gennaio 2010

Rifiuti, riciclare si può


L'uomo è l'unica specie del Pianeta che produce scarti che nessun'altro utilizza, in questi tempi si parla tanto di ecologia e di ridurre l'impatto ambientale, peccato che siano solo parole senza fatti.

Per capire bene il problema propongo un articolo di Roberto Pirani, esperto in riduzione dei materiali post utilizzo.

In Italia, nella quasi totalità dei casi, i media hanno un approccio al tema dei “rifiuti” che si potrebbe definire come cronaca dei disastri. Nei migliori dei casi affrontano il tema parlando di smaltimento.

Lo smaltimento rappresenta soltanto l’ultima e peggiore opzione possibile per i mal definiti “rifiuti”, indice di fallimento del sistema produttivo e del fallimento delle scelte di tanti, troppi amministratori pubblici. Sia per i media che per la P.A. è necessario assumersi le proprie responsabilità, per i primi cominciando a informare su come si risolvono i problemi (senza etichettare sempre tutto come “emergenza”, termine che viene abusato per nascondere vari livelli di incapacità, leggasi su tutti il libro Ecoballe di Rabitti), mentre per le Istituzioni a qualunque livello occorre maturare la consapevolezza che il criterio indispensabile per gestire al meglio i materiali al termine del loro primo utilizzo è proprio la volontà politica. Dal Parlamento si scaricano le responsabilità sull’anello debole della catena, i Comuni, ma questo non può assolverli.

L’ordine di azione viene sollecitato dall’ultima direttiva sui rifiuti 2008.98.CE del 19.11.2008 che all’art 4 (Gerarchia dei rifiuti) al comma 2 dice testualmente:

Nell’applicare la gerarchia dei rifiuti di cui al paragrafo 1 (prevenzione, preparazione per il riutilizzo, riciclaggio, recupero di altro tipo, per esempio di energia; e smaltimento), gli Stati Membri adottano misure volte a incoraggiare le opzioni che danno il migliore risultato ambientale complessivo”.

Nelle normative precedenti si parlava di minimizzare il rischio dello smaltimento, ora si imposta il criterio su come prevenire e produrre materiali e imballaggi “preparati” per il riuso e riciclo.

Almeno 10 milioni di italiani in oltre 2000 Comuni, dati ampiamente sottostimati ma gli ultimi disponibili, dimostrano ogni giorno che questa gerarchia non solo è corretta, ma economicamente conveniente sia a livello tariffario diretto, che per il complessivo “sistema-Paese” (compresi i cosiddetti costi esterni evitabili), dovendo l’Italia importare grandi quantitativi di materie prime di cui è del tutto o in parte sprovvista. La qualità, l’organizzazione, la competenza, la solidarietà sono i parametri di riferimento nel settore della gestione dei materiali di scarto.

Alcune righe della parte iniziale di questo articolo fanno parte della nuova Piattaforma operativa della Rete regionale rifiuti del Lazio, che dopo 5 anni (la versione precedente è rintracciabile in rete) è stata rivista per tenere conto degli aggiornamenti nel settore. Grazie alla RRR in tutta la regione Lazio si sono avviati quartieri e intere città con sistemi di selezione spinta dei rifiuti; alcuni quartieri anche dentro la città di Roma, ma nonostante i benefici riscontrati e la praticabilità, in molti comuni laziali permane soltanto l’anacronistico sistema a cassonetto stradale e si parla di nuove discariche (o peggio).

Un altro errore che si commette spesso per imperizia, e le cronache dei giornali in questi giorni ne sono testimoni nel quartiere Testaccio a Roma come in Comuni quali Ariccia e Ronciglione, è voler imporre i nuovi sistemi senza coinvolgere con una corretta progettazione partecipata le popolazioni interessate. Come se il cambio di abitudini fosse una cosa dovuta e non qualcosa da pianificare insieme per raggiungere i migliori risultati.

Come dimostrano Associazioni come quella dei Comuni Virtuosi, condividere le scelte e coinvolgere i cittadini è il solo modo per ottenere risultati, mantenerli e migliorarli nel tempo. Come qualsiasi attività umana, non si può improvvisare, specie quando a livello culturale gli amministratori ne sanno meno di comitati e associazioni sviluppate nei territori: tessuti sociali coagulatisi per opporsi a scelte biocide, come gli inceneritori, si sono fatte promotrici, a vari livelli e in diversi modi, di proposte alternative migliori e subito applicabili, spesso traendo forza e dati inconfutabili proprio da esperienze come quelle in atto (e diffuse) grazie al lavoro dell’Associazione Comuni Virtuosi.

Testimone di progetti replicabili con una banca dati a disposizione è il “Premio Comuni a 5 stelle” giunto al terzo anno da quando è stato istituito e che quest’anno ha visto “vincitore” il Comune di Bra (Cuneo) ma menzioni nelle 5 categorie, tra cui i rifiuti, a Comuni del nord, centro e sud. Per maggiori informazioni, articoli, video, vedasi www.comunivirtuosi.org . Uno degli incipit è proprio: copiateci e adattate al vostro territorio quanto viene messo a disposizione; al posto del campanilismo la condivisione: per non ricominciare sempre da zero a livello amministrativo.

Da tempo sui media romani possiamo leggere articoli (curioso come non si verifichino mai certe dichiarazioni) in cui l’AD di Ama Panzironi dichiara che il porta a porta “costa troppo”. Peccato sia esattamente il contrario: ogni 50mila abitanti che vengono messi nelle condizioni di poter usufruire di un servizio corretto senza cassonetti stradali, si liberano risorse per diffondere il sistema ad altri 50mila abitanti; il sistema di selezione spinta insomma è così conveniente che si autoalimenta. Dal raffronto fra i comuni delle Regioni Veneto e Lombardia (regioni con le più alte percentuali di raccolta differenziata), scaricabile integralmente anche dal sito buonsenso.info (Migliore gestione dei Rifiuti Urbani – Raffronto tra Lombardia e Veneto) possiamo leggere queste conclusioni.

La raccolta domiciliare con separazione secco/umido, presenta sempre in modo nettissimo i migliori risultati, perché:

ha la minore produzione di rifiuti;

ha le più alte rese di raccolta differenziata;

ha i minori costi procapite del servizio di igiene urbana

La raccolta differenziata sta al 25,8% in media in Italia come conseguenza della truffa via Enel che la sola cosa che “valorizza” sono i bilanci dei soliti noti. Si sottraggono carta, cartoni, plastiche e legno a prassi in assoluto migliori e meno costose. In discarica, a causa di questo sistema basato sullo spreco finiscono materiali perfettamente riciclabili. In atmosfera, utilizzando impianti biocidi finiscono inquinanti organici e particolato da metalli pesanti (un inquinante eterno).

Ci sono enti, associazioni che ogni anno ci propongono le medie divise fra nord, centro e sud dei livelli di raccolta differenziata raggiunti, ma una media fra città simili con sistemi non comparabili come ad esempio Ravenna e Novara è un puro esercizio di stile né utile né suggestivo:

Ravenna ha ancora i cassonetti stradali mentre Novara grazie al porta a porta ha superato il 70% di raccolta differenziata. Con il sistema tradizionale non si riduce la produzione di scarti, col sistema “porta a porta” in atto in città come Novara, Capannori, Ponte nella Alpi, etc invece si.

Chi gestisce la raccolta non può e non deve avere impianti di smaltimento perché ne guadagna direttamente un tanto al kg: ci si avvita in un conflitto di interessi insanabile senza la necessaria regolamentazione fra interessi privati e interessi collettivi.

Col “porta a porta” soprattutto si riesce a produrre compost di ottima qualità, (impossibile col sistema stradale) che può essere usato in agricoltura al posto di costosi e impattanti fertilizzanti chimici. Inoltre si previene un processo misconosciuto ai più ma in atto, con l’uso di compost. Un esempio eclatante, è la pianura padana soggetta a desertificazione, per mancati apporti di sostanza organica, e a causa dell’inquinamento.

La scelta di spingere sull’utilizzo dell’organico selezionato alla fonte costituisce un obiettivo strategico nazionale di politica energetica, verso una riduzione della dipendenza dai combustibili fossili. Insomma, si può ottimizzare un percorso che dagli scarti di cibo non produca costi e oneri, ma UTILI per tutti, favorendo una agricoltura di qualità: terreni più ricchi, più facilmente lavorabili, in grado di trattenere maggiori quantità di acqua. Ma dipende dalla volontà politica.

La raccolta differenziata “spinta” non è un fineultimo comunque: è un mezzo, una buona pratica. Se proprio non si è in grado di fare di meglio ci si riduce ad avviare a riciclo la materia. Un sistema corretto non si pianifica per ottenere alte percentuali di RD, ma partendo dalla prevenzione, passando dal RIUSO… per arrivare alla riduzione del conferimento in discarica: il vero dato dirimente. A Capannori in 4 anni si è dimezzata la produzione di scarti, vuol dire che la pubblica amministrazione non ha più il quantitativo di partenza da raccogliere ma un quantitativo dimezzato. A Ponte nelle Alpi si è passati da 360 kg procapite/anno smaltiti in discarica a meno di 40 kg grazie al nuovo sistema (e alla passione e consapevolezza di tecnici, amministratori e cittadini).

Il bisogno di un cittadino è un prodotto: un litro di latte, delle uova, qualunque cosa (davvero) necessaria. non il loro contenitore. Se un cittadino può fare a meno di un contenitore usa e getta è ben contento, da qui ogni esperienza di utilizzo di pannolini lavabili, prodotti alla spina come latte, detersivi etc, le vere alternative di sistema anche secondo la nuova Direttiva europea.

L’Italia può essere salvata dallo “sviluppismo” solo con una ricerca spietata della qualità e dell’efficienza, che non ammetta discrezionalità (leggasi incapacità, mediazioni al ribasso e pigrizia politica). L’amico nonché coordinatore della Associazione Comuni Virtuosi Marco Boschini mi ha insegnato che il difetto peggiore della politica, sembrerà paradossale, è proprio la pigrizia, qui il suo video.

Per questo e per chi insiste testardamente a voler cambiare IL paese (piuttosto che cambiare Paese) è stato scritto questo libro da Marco Boschini: www.anticasta.it. Il coautore di questo libro, Michele Dotti, un educatore impegnato nella cooperazione ci parla della molla maggiore per spingere al cambiamento: la “nostalgia del futuro”. Immaginate diciamo nel 2040 vostro nipote chiedervi: “…nonno, ma è vero che nel 2010 sotterravate in dei grandi buchi il rame, l’alluminio, la carta?…” (e adesso come glielo spiego?) ”…ma perché??!”. Pensate alla difficoltà di spiegare azioni così insensate…

I “rifiuti” non sono un problema, ma una diseconomia: in natura siamo l’unica specie a produrre scorie che l’habitat non può riutilizzare. Questo dovrebbe farci dubitare della nostra effettiva intelligenza. Per ogni comunità locale farsi carico della propria impronta ecologica rappresenta anche il più grande sforzo di solidarietà concreta verso un sud del mondo al quale, negli ultimi 500 anni, si è sottratta anche l’aria pulita. Noi occidentali anneghiamo nel superfluo, scarti compresi, proprio perché al sud del mondo manca l’essenziale.


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permalink | inviato da SimoneS il 30/1/2010 alle 22:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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